Sulle Note
Multiple Personalities
Per apprezzare il vasto panorama di questo lavoro occorre leggere prima di tutto la chilometrica presentazione in inglese (il CD è atteso dal mercato americano) di Bob Blumenthal e le note di Molinari su ciascuna composizioni, pure in inglese. Ce n’è per un buon quarto d’ora. La base di questo ottetto nasce da Boston dove Molinari era approdato da Napoli, studente e poi musicista di quell celebre giardino musicale (sic). Nasce con Frank Carlberg (finnico) e Marcello Pellitteri (Palermo) per affinità elettiva di studenti nel 1986. Nel 1991 George Garzone viene in Italia con i suoi Sax. Ormai sulla cresta dell’onda, oggi tutte le nostre riviste si occupano di lui, ed è quasi un ignominia non nominarlo. Garzone forma un trio con Bob Gullotti (batterista) e Jeff Galindo (trombone), ed è il trio Fringe che suonava al willow. Con l’arrivo di Chiara Civello, romana, il nostro ottetto è al completo, dopo l’aggiunta del chitarrista quasi mitico Mick Goodrick. Il Cd è stato registrato in America nel febbraio e nel marzo 2000. Il primo brano è di Garzone, e dedicato a suo fratello Anthony che in quell momento arrivava da N.O. Si sente subito che Garzone ha un bellissimo suono ma è cosa da fossa dei serpenti, con lacerazioni, cadenze da temporale, corretti inconsulti e danze funerarie. Una pacchia per gli amatori del genere, che trovano pastura anche nel successivo Ma che fai? Di Molinari (appunto…) dove la caciara è obbligatoria, ma almeno è jazz un po’ alla Monk grazie al pianista Carlberg che, con Garzone, è sempre il più meritevole, e lo si vede e sente volentieri anche nel terzo e quarto titolo. Bisogna arrivare al quinto per trovare un Garzone molto naturale in un lungo a solo ben calibrato, ombreggiato da un vibrato appena rauco (Beatrice di Sam Rivers). Alle mie orecchie la successive Tarantella è jazzisticamente catastrofica, anche per la sua congenita fatuità tersicorea (perfino Rossini fece brutta figura). La Civello piace in Malafemmina e soprattutto nel Quando di Pino Daniele. La sua pronuncia, è un po’ strascicata e appoggiata come i richiami da mercato del sud è chiarissima, cosa rara. Quando Garzone passa al soprano sembra dare il meglio di se’: il suono non ha nulla delle acide nasalita’ apprezzate in Coltrane, è limpido, agile, classico, come preferisco, e negli ultimi due pezzi morbido come un clarino. Tutti insieme fanno personalità musicale di gruppo, e non da poco, ma gli arrangiamenti vanno ancora limitati di qualche scontrosa rugosità non necessaria.